giovedì 18 febbraio 2010

Un post (di) grasso: non chiamatemi foodblogger

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Eh sì, ogni tanto mi viene la tentazione di propormi come redattrice alla Settimana Enigmistica, perché ci sguazzo, io, nei giochi di parole. In particolare, quello di oggi mi serve per uscire allo scoperto circa le intenzioni di questo blog. Se non ci siamo capiti, vorrei fare un po’ di sano outing, come si dice oggi fra coloro che vivono di gossip; ma perché, l’antica metafora del vuotare il sacco non era abbastanza chiara? Vabbè, antenne ben dritte, per cortesia, perché qui c’è roba che… scotta e, dato il periodo grasso, pure un po’ indigesta. Ma mettetevi comodi e fate come foste a casa vostra: cominciamo.

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Allora, perché non rimanga qualche ombra di dubbio, e per sgravarmi la coscienza da questo macigno mediatico che mi porto appresso da ben tre anni o giù di lì, sciogliamo subito il nodo: io non sono una foodblogger.

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Sì, lo so, vi vedo: siete sconvolti. Non ve l’aspettavate, ma purtroppo è la triste verità. Comunque prendete fiato: adesso cercherò di spiegarvi le cose come stanno, sperando di non urtare la vostra sensibilità di gastronauti. Ma facciamo un passo indietro e procediamo con ordine.P1010034

E’ da qualche tempo, sin troppo per i miei gusti, che in alcuni ben mirati commenti mi capita di leggere che il malcapitato di turno arrivi qui trasportato come per incanto da questa formula magica: foodblogger, e rimane indignato quando scopre che non lo sono.

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A parte che io, quando sento questa parola: FOODBLOGGER , faccio quasi un salto dalla paura – ussignur, pare quasi una minaccia –, ma vi pare, amici che mi seguite da tempo, da ben tre anni o giù di lì su queste pagine e da un paio netti per radio, che io sia una foodblogger? Ma dai.

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Punto primo. Scrivo forse in inglese, io? Non mi pare. Se posso, l’inglese, lo evito. Buttiamola sul pesante: sono fatta così, non ho voglia di andare a nutrire la già folta schiera di esterofili che piazzano in ogni minimo sintagma una parola un anglismo gratuito, solo perché non sanno parlare o scrivere in italiano. P1010047

A me l’italiano piace, anzi ho proprio il sacro furore dell’italiano, pur non essendo una purista parruccona.

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Qualcuno a questo punto suggerirà di chiamarmi curatrice di un diario di cucina in rete. Come, non vi piace neanche così? Bene, nemmeno a me: anche se spesso l’argomento è conviviale, non ho mai fatto delle mie pagine di cucina, come del desco di casa del resto, il fine della mia esistenza.

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E pazienza per chi non condivide: onestamente a me di stare simpatica a tutti non è mai andato a genio. In più devo già fare le lotte contro il tempo per recuperare un’ora di sonno ristoratrice, per cui o così o… taches al tram!

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Poi, se devo essere sincera fino in fondo, alle chiacchiere degli altri sul mio conto preferisco di gran lunga i ciaciar di casa mia... casalinghe e genuine!

chiacchiere di carolina

E’ vero, io sono politicamente schierata e non ne ho mai fatto mistero, così come lo sono in tanti altri campi, del resto…

mamma blogger 

Però, a differenza di tanta altra gente che ostenta la sua cosiddetta imparzialità per poi piazzare qualche patacca rivelatrice dell’ultim’ora o addobbarsi coi paramenti viola al momento opportuno….

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… o peggio ancora dipingersi di una tolleranza gandhiana salvo poi masticare pregiudizi a tutti i pasti comandati, ecco, dicevo, a differenza di questa gente io sono pulita nelle mie intenzioni: sono una leghista di vecchia data, dichiarata da sempre, e ne sono fiera.

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C’è da dire che su questo mio blog non mi sono mai messa a fare politica spicciola, né ho mai trattato con sufficienza chi so o intuisco essere di consorteria avversa, arrivato con intenzioni genuine in casa mia e non con l’intento di attaccar briga sotto la specie della finta gentilezza, ovviamente…

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Resta inteso che però, visto che me lo chiedete a gran voce… a questo punto mi sento quasi costretta a tuffarmi negli argomenti civili. Lo farò nei tempi e nei modi in cui sono capace, statene sicuri. Di certo le cartucce non mi mancano…

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E’ vero, ho parlato spesso del mio “mestiere” di radiofonica. In questo caso, in radio voglio dire, ogni tanto scappa la considerazione politica o l’invettiva: embè? Non parlo forse su Radio Padania Libera? Ci mancherebbe altro che non fossi autorizzata a tirar fuori una battuta di carattere politico, di quando in quando. La nostra radio è la perla della libertà d’espressione, e anche tutte le telefonate che arrivano sono in presa diretta, assolutamente non filtrate. Ci hanno provato in tanti ad imitarci ma non sono riusciti!

Laura e Ilaria

Certo, se uno offende, gli si risponde a tono. Ecco, anche il mio blog è così: io non ho mai censurato nessuno, anche se al contrario sono stata censurata per aver osato scrivere, su precisa richiesta di commento, che alcune cose non collimavano con i miei gusti. Ma tirem innanz, che l’è mei.

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Per tornare alla questione principale, se è vero che forse l’argomento più usato in questo blog è la cucina, sia da me sia dai miei lettori, c’è da precisare per chi non fosse un affezionato lettore che non è affatto l’unico.

laura e carol ridotto 

Poi, parlandoci chiaro, un vero foodblogger è un esperto di cucina, lo si vede dalla frequenza dei post sul tema, dalla singolarità delle ricette, dalla ricercatezza degli ingredienti; è segnalato dai principali aggregatori di cucina mondiale (sì, lo so, ogni tanto ci sono anch’io qua e là: sono un’opportunista schifosa): poi, particolare non secondario, un vero foodblogger prepara in anticipo i piatti adatti per ogni occasione, per pubblicarli in prima pagina all’ora giusta, ed essere sempre sulla cresta dell’onda.

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Io in cosa sono esperta, invece? Nel mettere insieme pranzo e cena tutti i giorni per una famiglia numericamente impegnativa e offrire qualche sparuto consiglio cuciniero quelle rare volte che trovo ho il tempo: ecco in cosa sono veramente esperta io. Io sono esperta in senso etimologico, nel senso che esperisco espedienti di sopravvivenza quotidiana, e sono questi che dispenso per radio o sul blog.

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Non potrei essere una foodblogger nemmeno se volessi: non ho mai cucinato niente di inglese, nemmeno nel nome, come la zuppa che di inglese non ha proprio niente (è padanissima). Cucino solo cose semplicissime e possibilmente, dati i tempi, vado tanto di recupero. Cose per palati poco complicati: ve lo assicuro, come foodblogger non valgo una cicca, non dico un chewingum! Insomma, cucino con il cuore, e questa per me è davvero la cosa fondamentale.

cuore pane

Piuttosto, visto che il mio campo è sempre stato quello della favella: vuoi per radio, vuoi su internet, e – quando gli dei mi saranno favorevoli –per copie libracee, chiamatemi scrittrice, o voce radiofonica. Volendo, se proprio non potete farne a meno, anche mamma-blogger. Ma tagliamo la testa al toro e facciamo che mi leggete senza pregiudizi e basta, che forse è la cosa migliore, e per me sicuramente più gradita. La mia casa virtuale è aperta agli ospiti, sempre che si comportino bene e si ricordino che sono indispensabili educazione, rispetto e cortesia; volendo, anche un italiano corretto, ma siccome ad impossibilia nemo tenetur, sarò magnanima. A proposito, gradite un biscottino?

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E’ caldeggiato, essendo quattro chiacchiere tra amici, l’uso del vernacolo, possibilmente con versione se non troppo affine al bosino. Ma adesso lasciatemi andare a preparare il pranzo del giovedì grasso… che vi racconterò chissà quando, date le premesse!

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sabato 16 gennaio 2010

Ci si prepara al falò…

Stasera alle 21 alla Motta si rinnova il rito del falò di Sant’Antonio.

Essendo sabato è previsto il pienone…

Stamattina, terminata la trasmissione su RPL, sono andata a fare un giro di ricognizione con mia figlia Teresa, che come ormai sapete, da anni mi accompagna alla fiera. Quest’anno si sono aggiunte anche mia madre e mia sorella.P1010451

Mi raccomando: tutti i dintorni da oggi sono in divieto di sosta.

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Arriviamo da piazza Monte Grappa e vediamo la Motta. Letteralmente la “motta” indica un rialzo di terra, in pratica una delle sette colline su cui sorgono le varie castellanze varesine)

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Ecco la chiesa di Sant’Antonio addobbata a festa.

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Come tutti gli anni il formaggiaio della Motta espone il zincarlin; quest’anno ha presentato anche delle provoline a forma di maialino.

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Ma il colpo di scena è che anche quest’anno sono arrivati i pessitt! Per due edizioni consecutive della fiera, i Monelli della Motta li hanno fatti arrivare dal lago di Como. Tre stagioni fa non se ne sono visti, mentre nel 2007 venivano dal lago d’Iseo. Ma dai nostri laghi, purtroppo, ancora non se ne vedono: più per una questione di mestieri dimenticati che per reale portata di pescato, che invece, vi assicura una che passa la sua vita a Stationa beach da maggio ad ottobre :), è abbondante anche in riva, in certi lidi...

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I pesitt (con grafia scempia, alla bosina) sono quindi i famosi missultin, o missoltini, per dirla all’italiana, della Balera di Van de Sfroos…

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… ossia pesciolini essiccati ed affumicati con metodi naturali. Era un antico modo per poter consumare la fauna ittica anche in tempi in cui laghi e fiumi ne erano privi per il riciclo stagionale. La polenta era il suo ovvio – o meglio, unico… -accompagnamento. V’assicuro che puzzano fieramente… io ieri li ho rifilati in borsa a mia madre che, stizzita, li ha tenuti per una bella mezz’ora in gesa mentre io, con mia sorella e mia figlia, ammiravamo la nuova Motta restaurata l’anno passato e facevamo salotto in sagrestia… :) (A proposito, ho incontrato una signora tanto cara, ieri, che spero mi legga… non vedo l’ora di leggere i suoi nuovi libri! Mi faccia sapere: ci tengo tanto).

Ma ecco qualche altro scatto veloce. La gastronomia dei monelli, alle prese con le vendite dei salamini…

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ma anche dei dolci tipici del periodo, come i mustazzitt delle romite di Santa Maria del Monte, o il dolce di Sant’Antonio (all’anice) e i turtei.

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La catasta per il rogo di stasera è in pieno allestimento: portate il vostro bigliettino votivo, mi raccomando :).

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… e qui il sagrato con i ceri.

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Anche quest’anno Teresa ha acceso la sua candelina ed espresso la sua preghierina.

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(in aggiornamento)

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sabato 9 gennaio 2010

Con gli stampi Pavoni®: la mia torta di compleanno

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Dovete sapere che durante le feste io regolarmente mi sento le batterie un po’ scariche: sono come la mia monovolume, che ovviamente mi assomiglia come fossimo nemmeno tanto segretamente sorelle, e che una volta l’anno si fa cambiare la batteria: solitamente sotto Natale o giù di lì (per l’inverno corrente è successo stamattina, per la precisione).

Che sia il dente del giudizio, il trigemino o la tiroide poco importa: fatto sta che appena appoggio il sedere su un divano, e infilo le cartelle nello sgabuzzino, è la volta buona che comincia a partire una periferica. Come rimediare a tutto questo? Purtroppo, chiedere di annullare le vacanze è impensabile, così bisogna rassegnarsi ed aspettare che passino il più velocemente possibile. So che sembra incredibile detto da me, ma vi assicuro che è così.

Solitamente mi accorgo che le feste natalizie stanno per finire quando arriva il fatidico giorno del mio compleanno. E’ come una sorta di liberazione: per me l’anno nuovo comincia il cinque di gennaio, anzi facciamo il sei perché la sera del cinque, immancabilmente, devo, ehm, liberare un pochino tutta la tensione accumulata e… sclerare un po’. Poi, improvvisamente, mi sento meglio: in un batter di ciglio torno bionica e sortisco la mia torta di compleanno, un po’ apotropaica e beneaugurante, per tutto l’anno che viene.

Quest’anno, complici i meravigliosi stampi Pavoni® di cui dispongo da quest’estate, la mia torta è stata non solo bella e buona ma anche simpatica. Ho affidato ad un fine intenditore la scelta della forma di silicone…P1010220

e dopo un attento esame la preferenza indovinate su cosa è caduta? Ci avrei scommesso dall’inizio, e voi?

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Dopodiché bisognava pensare ad una torta che fosse adatta per l’occasione –ossia per il compleanno di una mamma con le batterie da ricaricare e non troppa voglia di armeggiare ai fornelli- e soprattutto per uno stampo così particolare. Ci credete che all’unisono i bambini mi hanno chiesto la tenerina? E’ una torta che rimane particolarmente gradita ai piccoli perché è cioccolatosissima e si scioglie in bocca, e intanto fa una crosticina quasi meringata che contrasta deliziosamente con la morbidezza dell’interno; ma per la mamma è la soluzione ideale a tutti i suoi scervellamenti perché semplice e veloce da preparare. Nel nostro caso, poi, essendo una torta padanissima, era anche ben nota perché avendone già parlato in trasmissione già un paio di volte, l’avevo fatta e rifatta spesso in passato: quindi andavo matematicamente sul sicuro.

Volendo però osare un pizzico di magia per il mio genetliaco :), questa volta mi sono affidata non alle mie dosi personali ma a quelle consigliate dalla mia amica Laura De Vincentiis, la mamma di MJ, nota sing-food-wine-blogger nonché scrittrice umoristica, ma soprattutto, direi, ultimamente virtuosa di cioccolato e dintorni* (su FB in questi giorni impazzano le sue ricette sul tema…). Devo ammetterlo: proprio una formula magica la sua versione di questa delizia tipica della città di Ferrara creata da un pasticcere, a quanto si narra, per omaggiare la regina Margherita in un suo soggiorno ferrarese.

Superata la fase teorica, la mia manovalanza si è messa al lavoro per me organizzandosi alla perfezione! Non ci credete?

“Mamma, ti do una mano a sistemare? Anzi, facciamo due!”

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La torta tenerina nel pagliaccio Pavoni ®

(ricetta tipica ferrarese, ispirata alla versione presente nel blog L’Antro dell’Alchimista, con alcune lievi modifiche personali nel procedimento e nelle dosi)

250 g di cioccolato Zaini, o altro cioccolato finissimo fondente al 50%
150 g di burro ottimo (io uso il burro Campo dei Fiori di Daverio)
4 UOVA del peso di 60 g l'una
150 g di zucchero semolato
fecola di patate, g  60
cacao amaro, g 25

Attrezzatura: per me, semplicemente fruste elettriche, microonde, spatola di silicone Pavoni® per raccogliere cioccolato e impasto, forno elettrico e naturalmente lo stampo Pagliaccio Pavoni®.

Allora, per prima cosa ho sciolto il cioccolato fatto a pezzi al microonde (800 w) per 4 minuti circa, aprendo un paio di volte e mescolando per non lasciare parti dure in superficie.

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Poi ho separato gli albumi dai tuorli e ho montato i primi a neve ferma.

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Poi, in una ciotola più grande, ho sciolto il burro semplicemente a contatto con il cioccolato, ho unito i tuorli separati dagli albumi (tenuti da parte e montati in precedenza) e lo zucchero…

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ho amalgamato velocemente a mano e ho cominciato a montare tutto sino ad ottenere una crema soffice;

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dopodiché ho incorporato la fecola con il cacao amaro (aggiunto di mio rispetto alla ricetta di Laura che non lo prevede) setacciandola nel colino grosso.

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Gli albumi vanno uniti proprio alla fine perché così il composto si mantiene proprio soffice soffice.

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In fin de la fera, abbiamo versato nello stampo leggermente :) imburrato…

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che è andato dritto dritto nel forno preriscaldato a 170°C, e subito abbassato di dieci gradi, per mezz’ora scarsa: anzi facciamo venticinque minuti.

Visto com’è veloce ed economico cuocere un dolce negli stampi Pavoni®?

A crosticina formata la torta va tolta, lasciata raffreddare possibilmente al freddo (fuori dal balcone…) e capovolta su un bel piatto da portata.

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Ohhh… ma non era la mamma che compiva gli anni?

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Eccomi! Quante candeline contate? :)

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* Volevo fare una timida domanda a Laura: com’è che la mia maestra di canto, al tempo in cui non avevo ancora appeso l’ugola al chiodo, mi proibiva di mangiare cioccolato? :)

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La mamma gialla

La mamma gialla
Una piccola promessa della pittura